Scritti

Il chiodo fisso

Sollevò per un attimo la palpebra dell’occhio buono per misurare l’intensità della luce nella stanza. Un brandello dell’ultima immagine del sogno interrotto bruscamente, forse dall’incalzare di un vago stimolo dell’antica prostata, sfumò sul quadro ovale sopra il comò con la figura incerta di una donna. Prese finalmente consapevolezza del risveglio. A meno che il cielo non fosse stato coperto, doveva mancare solo qualche minuto alle sette. Di lì a poco lo avrebbe confermato lo scampanellìo della chiesa della Badia. A parte quel brevissimo movimento della palpebra, non aveva ancora mosso un muscolo. Allungò cauto una gamba per rendersi conto di essere in una sgangherata posizione supina. Aprì gli occhi proprio mentre le campane lontane annunciavano l’ora della preghiera del mattino. Questa coincidenza costituiva già un primo buon presagio di una giornata proficua, insieme a tante altre che costituivano il bagaglio dei segnali profetici dai quali capire come sarebbe andato il giorno. Segnali positivi erano per esempio centrare il secchio della spazzatura con la pallottola della busta del pane o l’assenza di zanzare sotto il tavolo della cucina.

La sensazione era ancora di vuoto. Con gesto automatico Massimo si afferrò i testicoli, (poi dice che gli uomini ragionano con qualcos’altro che non con il cervello). La stretta rituale lo rese perfettamente cosciente per fare il punto. Innanzi tutto era il giorno della partenza di lei, una “breve” vacanza che per lui erano ben otto giorni da riprogrammare, riempendo i vuoti che la sua assenza inevitabilmente lasciava, progettando ed eseguendo, per esempio, il riordino dell’armadietto dei nastri e DVD che ormai aveva rinunciato a vedere per via della vista malandata, o magari la ripulitura della credenza in cucina dai troppi barattoli di vecchi residui di marmellate e sottoli andati a male. Intanto avrebbe inviato un bel messaggio pieno di cose tenere a Rebecca, qualcosa che le tornasse in mente al risveglio o quando faceva colazione in albergo, tipo “immergermi nel lago dei tuoi occhi azzurri come il mare”, che però a lei viravano più al verde che sull’azzurro, oppure ….ah, ecco, avrebbe ricordato la tenerezza del bacio del commiato, tipo: “avrei voluto indugiare ancora sulle tue labbra a respirare la tua anima”! Bello! Schizzò fuori dal letto e corse alla scivania a fermare sulla carta l’ispirazione. Però non doveva essere una sua iniziativa. Doveva apparire un’improvvisazione, sollecitata da un suo di messaggio che sapeva sarebbe arrivato di lì a poco. Avrebbe avuto tutto un altro effetto. Lei si sorprendeva sempre della sua capacità di trovare le parole giuste al momento giusto. E le donne bisogna sorprenderle, sempre. Dei due, è il genere della specie umana più soggetto alla noia e ai nefasti e imprevedibili suoi effetti. Massimo pensava (sarebbe meglio dire “credeva”) di sapere alla sua età ormai tutto sulle donne e su Rebecca in particolare. Doveva essere presente, ma in modo discreto, essere lì, ma invisibile come il genio della lampada: una sfregatina e …oplà! pronto a servirla. Per ottenere questo risultato lui aveva adattato il suo innegabile trasporto per Rebcca all’idea del chiodo fisso. Naturalmente non in senso patologico. Niente di ossessionante, nemmeno un puntiglio, piuttosto una dolce manìa, che gli riempisse la vita e la rendesse piacevole, oscurando le fissazioni proprie della vecchiaia, quali, nel caso specifico e a titolo esclusivamente esemplificativo, (a parte la vista): 1) ipoacusia all’orecchio sinistro con rimbombo, 2) dolenzìa al secondo incisivo di destra alla masticazione, 3) contrattura pressochè costante ai lombi, 4) pruriti improvvisi vari, eccetera eccetera. Questo era l’effetto collaterale, perché quello principale era di fare sentire Rebecca sempre desiderata e sicura del suo amore.

Il messaggio arrivò alle dieci e quarantasei e diceva: “Stiamo attraversando il confine. Hai già fatto il cambio? Un bacio grande”.

Il cambio di che? Con un altro amore approfittando del momentaneo abbandono? Massimo non si aspettava questa provocazione che rendeva non più a tono il suo tenero pensierino del respirare la sua anima. Doveva accettare la schermaglia per non apparire asfissiante. Scrisse in fretta: “Sì, ma non è mica come te!”.

La replica si fece attendere un po’ troppo e questo non era un buon segno. Ma era il suo contenuto a disorientare completamente Massimo: “Sei proprio un maiale! E’ un chiodo fisso!”.

O cosa mai le aveva detto? Non sapeva più scherzare? Del resto era stata lei a cominciare con la storia del cambio. IL CAMBIO! Improvvisamente ricordò la raccomandazione che Rebecca gli aveva fatto, prima di andare via, di recarsi subito a cambiare l’impermiabilino rosso che le aveva regalato con uno di due taglie inferiori prima che finissero le scorte. E ora?

Naturalmente l’ultima taglia small era stata venduta giusto la sera prima. Massimo si rese conto di avere innescato una reazione a catena difficile da risolvere. L’unica era ricorrere alla menzogna. Intanto. Scrisse: “Ah, il cambio dell’impermeabile! Già fatto! Me l’hanno assicurato per la prossima settimana un bacio”.

“In ogni caso potevi risparmiarti anche la volgarità – fu la risposta immediata - vedremo chi ci guadagnerà a fare i cambi”.

La minaccia della ritorsione si installò immediatamente nel suo cervello, non ancora un chiodo, ma qualcosa che aveva i connotati del dubbio nascente. C’era qualcosa che non era andata nel verso giusto. Quale volgarità? Tirò fuori dalla tasca il cellulare per verificare: “Sì ma non era f… come te”. Maledizione! Ma come era potuto succedere?

Massimo rimase con il cellulare in mano a guardare il messaggio incriminato fino a quando il sistema del risparmio energetico non lo fece sparire. Magari fosse stato! Ora ci era arrivato. Nella foga della scrittura (e nella approssimazione della sua vista) aveva premuto il tasto superiore del 3 invece di quello del 6 e con il sistema della scrittura analogica quel dannato apparecchio aveva scelto la effe andando a pescare propria quella proibitissima parola! Effe invece di emme, “f…” invece di “mica”ecco cosa era successo e succede quando si compra la roba usata! Difficile correre ai ripari dato che i cellulari normali non hanno nel loro vocabolario le parole proibite. Ma la minaccia andava disinnescata.

La lunga spiegazione del doppio equivoco non ebbe replica, nonostante che mancassero ancora tre giorni al ritorno di Rebecca, così che l’embrione del dubbio ebbe tempo di prendere forma finita. “Vedremo chi ci quadagnerà a fare i cambi!” aveva scritto.

Quando lei entrò nella stanza, Massimo l’accolse con gli occhiali da computer per poterla osservare al meglio mentre gli si avvicinava per il bacio di saluto.

-       Com’è? – fece lui senza toglierle gli occhi di dosso.

-       Bene, bene, - gli rispose lei con un mezzo sorriso enigmatico e negli occhi un’espressione tra il piccato e il trionfante che fece assumere all’embrione del dubbio la consistenza ferrea del chiodo fisso.

-       Hai fatto la brava? – osò con l’intonazione della speranza.

-       Eeeh! Chissà!


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