Varie

Mi presento

Sono nato tanti, tanti, tanti anni fa, quando le classi chiamate alle armi erano sempre di ferro, anche se non era vero, e quando capitava che a causa di un lontano cugino iscritto al PCI non ti ammettevano al corso ufficiali. Non voglio dire di più, salvo che sono un Acquario verace con ascendente Capricorno.

Nonostante sia l’anagrafe di Francavilla al mare, in Abruzzo, ad avere registrato la mia nascita, nelle mie vene scorre sangue apulo-normanno-siciliano, con consistenti sfumature napoletane, tanto da avere meritato un decisivo aiuto da parte di San Gennaro nel superare recentemente un inaspettato e molto serio malanno.

Da Roma, - dove sono vissuto in seno ad una numerosa famiglia di magistrati poeti e pittori fino a ventiquattro anni e dove mi sono laureato in giurisprudenza, - sono emigrato prima a Venezia – dove mi sono trattenuto per oltre tre anni a lavorare presso l’Istituto della Previdenza Sociale – e poi definitivamente ad Arezzo, dove ho svolto le funzioni di pretore e poi di pubblico ministero fino al 1997 e dove vivo tuttora.

Dato che il sangue non mente, appena arrivato feci subito comunella con Roberto Reale, costruttore di versi intrisi di classicismo greco, Sergio Bianchini, che nella sua botteguccia di arrotino riusciva a stento a tenere a freno il perenne turbine di idee che lo avrebbe portato a esportare in tutto il mondo i suoi bellissimi mobili e oggetti da arredamento, e Paolo Caponi, appena diplomato alla Accademia di belle arti di Perugia con la sua superba testa di cavallo.

Fondammo il gruppo “Il Paguro” e ci demmo da fare in due stanze in affitto in via Pescaia. Nella bottega del Bianchini trovai un set di sgorbiette per incisione su linoleum e riuscii a tagliare, con l’aiuto anche di coltelli da cucina, trentadue tocchetti di legno di acero e di mogano, ricavandone due eserciti di bianchi e di neri in stile africano che posi a fronteggiarsi sulla mia prima scacchiera. L’ispirazione mi era stata suggerita da una foto del famoso guerriero ermafrodita della cultura Dogon. Dal legno passai presto a modellare la terra, assai più silenziosa e duttile, a seguito di una improvvisa visita da Roma di Cesare Siviglia, grande ceramista colombiano di puro sangue indio, che era anche mio “zio” aggiunto, perché burrascoso compagno di mia zia materna e pittrice Ada Franco.

Tra una udienza e l’altra mi diedi dunque all’arte plastica (siamo negli anni ’70), approfittando della generosità del Marchese Gotto Albergotti, che mi aveva concesso graziosamente l’uso di una casetta in pietra in vicolo della Dea sotto casa mia. Il mio immaginario è in gran parte stato alimentato dai numerosi “appunti di viaggio” che ho raccolto nel tempo, da quello mitico in Messico, appunto nel 1970, in poi, attratto soprattutto dalle terre che offrono vestigia della storia dell’uomo, che danno l’illusione di una continua riscoperta e muovono la fantasia a cercare, in quel tanto di mistero che sempre le avvolge, la ragione dell’Essere. E’ qui che ho trovato alimento per una incessante ricerca di tracce del passato e di testimonianze possibili di antichi riti creativi, senza mai lasciare l’angolo visuale dell’ironico spettatore di me stesso.

Nel 1978 costruii così la mia prima “astronave”, una grande polena tesa come un arco a lanciare nello spazio e nel tempo la testa di un guerriero di Riace, che quasi sfiorava il colmo del tetto della mia “Tana”, come avevo battezzato la casetta in pietra prestatami dal Marchese. Durante una visita nello studio dentistico del Professore Francesco Martani a Bologna, lui fu incuriosito dalla presenza sotto le mie unghie di tracce di terra. Scoprii così che Martani aveva creato a Zola Predosa, ai piedi delle montagne dell’Appennino, lo stupendo parco mussale di Ca’ La Ghiranda, dove raccoglieva opere dei maggiori scultori del tempo, compreso lui stesso, ed ebbi la sorpresa di sentirmi chiedere di installarvi una copia in marmo e bronzo della mia astronave, che ora troneggia su una collinetta, ora diventata reperto anch’essa dei miei sogni.

Alla fine degli anni ’80 l’esigenza di avere a disposizione spazi più ampi e una fortunata coincidenza mi ha portato ad acquistare un luminoso e spazioso laboratorio nel centro storico di Arezzo, in via dell’Agania, in curiosa assonanza con il mio nome di famiglia. Qui, lasciata la magistratura il 30 dicembre 1997, ho costruito le Navi del mito, i Menhir, ancora astronavi, e progettato le mie sculture in travertino bianco lavorate dall’amico Riccardo Grazi di Serre di Rapolano, che impreziosiscono (scusate la immodestia) i giardini di alcuni miei estimatori dell’aretino (Il seme della vita, La sacra famiglia, Kronos). Dell’ultima, “Grande pietra cerimoniale” ne ho fatto dono alla città di Arezzo per adornare la rotonda di via Baldaccio di Anghiari.

Da alcuni anni, irretito dalla maggiore duttilità della parola, la mia ricerca artistica ha trovato il nuovo approdo della narrativa, dove potere percorrere in piena libertà le tante strade suggerite dalla fantasia e dal sogno. Ho cominciato con il diario della fine di una storia d’amore (“Malattia d’amore”); poi vari racconti (L’orecchino, Omar dei palloncini, L’incontro, Anche i salami hanno un’anima). Ottenuto un riconoscimento al Premio Città di Firenze, ho cominciato a crederci e ho insistito, anche perché mi diverte molto inventare, attingendo alla mia lunga esperienza di vita. Così ho scritto e pubblicato con un piccolo editore del posto “L’Ospite”, una storia ambientata in Etiopia, dove, tra le chiese scavate nella roccia di Lalibela si consuma un misterioso delitto, con il quale sono stato tra i tre finalisti del Premio Tagete del 2007.

Ora è la volta di “Orologio a vento per preghiera”, Pubblicato dalla casa editrice Albatros, già in distribuzione.

Che dire ancora di me: che amo molto il ballo, dal liscio al latino americano, al tango argentino, di cui mi vanto di essere stato uno degli importatori e promotori e che ora balliamo in tanti nella bellissima sala del Circolo Artistico in Corso Italia.

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